Venerdì, 19 Aprile 2019

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Contro la retorica dell'arte

Gulizia - retorica dell'arte Confessiamo un personale senso di nausea dal quale siamo ormai colpiti costantemente ogni qualvolta sentiamo parlare attraverso i canali mediatici di "città d'arte" e di turisti affamati di percorsi artistici lungo le scorribande dei loro tempi di vacanza.
La stucchevole e vuota fraseologia che riveste il "mantra" del concetto di "arte" è responsabile della nostra nausea che, in realtà, è provocata dall'intera struttura sulla quale è venuta costruendosi l'ideologia stessa dell'arte come fenomeno distinto e separato rispetto all'esistenza quotidiana.
D'altro canto ciò è connaturato alla cultura occidentale la cui caratteristica precipua è proprio una visione del mondo e della vita fatta di categorie e di schemi improntati a separatezze e dualità omnipervadenti.
Se vi riflettiamo, infatti, l'arte, quale categoria astratta e individualistica così come è stata enucleata nell'Occidente dall'antica Grecia in poi, è una visione estranea alle altre antiche culture nelle quali non ha mai successivamente attecchito neanche in progresso di tempo per il semplice fatto che in esse non esisteva una dimensione individuale intesa come dimensione a-collettiva.
Tuttavia non è tanto sui diversi modi di concepire l'espressione artistica in sé che vogliamo svolgere qualche riflessione critica quanto sull'impalcatura che attorno ad essa si è sviluppata nella nostra società.
Non possiamo, però, esimerci dall'effettuare una premessa fondata sul significato da attribuire all'idea di arte, e ciò per il semplice motivo che tale premessa è la base per comprendere l'estraneità che ha finito per separare arte e vita quotidiana.
In questa dicotomia sta, infatti, la ragione che situa l'arte in una sorta di mondo iperuranico facendola assurgere a fenomeno teologico e creando una sorta di casta sacerdotale che ne officia i riti somministrando i suoi sacramenti al volgo ignorante con un linguaggio tra l'esoterico e l'iniziatico.
Nella società che l'Occidente ha creato, estendendo i suoi schemi all'intero globo, la vita è diretta, nella sua naturale normalità, a una generale mercificazione finalizzata alla riproduzione di denaro e ognuno in tanto può sopravvivere in quanto riesca a trovare un proprio collocamento all'interno di tale processo che gli garantisca gli strumenti monetari di sopravvivenza.
Parlare di "merci" equivale, già di per sé, a escludere alla radice il concetto di "beni" in quanto mentre questi ultimi postulano caratteristiche di utilità, le merci sono invece qualsiasi cosa possa essere compravenduta all'interno di quel "mercato" che è la divinità monoteista reggitrice delle umane sorti secondo la religione capitalistica.
L'energia umana è così deprivata della sua funzione creativa e ridotta a mero strumento di soddisfazione delle esigenze del capitale dirette essenzialmente alla riproduzione e all'incremento di materia inerte quale è, per sua stessa natura, quel denaro su cui si basa l'architettura del cosiddetto "sistema economico" sul quale vegliano sacerdoti del Nulla denominati "economisti".
Se questo è il quadro di una vita presentata come "normale" e che è, in realtà, il quadro allucinante di una terribile follia che divora insaziabilmente gli schiavi ad essa consacrati attraverso lo svuotamento di corpi e anime, ne consegue che dalla vita è stata eliminata la nozione del piacere e delle attività che, attraverso creazione e godimento della bellezza in tutte le sue espressioni, la rendono fenomeno intimamente connesso al senso medesimo del piacere di vivere.
Non più, allora, ars vivendi è la nostra realtà perchè ars moriendi essa è divenuta!

Il superamento del relativismo

La cultura del Novecento ha svolto, nel suo complesso, una importante funzione civile nell'affermazione di una visione relativistica rispetto, soprattutto, alle dogmatiche religiose di qualunque parte.
Con estrema semplificazione parliamo di un relativismo che si è opposto alle pretese del dogmatismo religioso per eccellenza, il cristianesimo cattolico, di imporre urbi et orbi le sue presunte verità di fede con il corollario dottrinario di uno schema sociale nel quale far rientrare tutta l'esistenza di tutti gli individui.
Da questo punto di vista, dunque, il relativismo è stato un argine fondamentale verso la perniciosa influenza cattolica ricordando che qualsiasi fede metafisica poggia su semplici teoremi astratti il cui contenuto ideologico non può essere oggetto di coercizione nei confronti di quanti non condividano tali impostazioni.
E ' però venuto il momento di chiarirsi le idee in merito all'intera questione con una visione del mondo umano nella quale non vi è più posto per concezioni di tollerante equidistanza verso le diverse forme di manifestazione delle altrui intolleranze come le varie manifestazioni religiose che fanno discendere dalle proprie presunte divinità la regolamentazione della nostra esistenza.

Da questo punto di vista, in effetti, il relativismo ha ormai esaurito ogni sua residua funzione poichè proprio lo stato di emergenza planetaria in atto riporta, con tutta la sua drammatica forza, il problema centrale dei bisogni umani e di una cultura di reciproco, solidale rispetto che affronti la divisione del mondo in sfruttatori e sfruttati.
Se crediamo che vivere abbia senso soltanto nel piacere di vivere, materiale e intellettuale, poichè, in contrario, si tratterebbe soltanto di un preludio alla morte, allora affermiamo che il ben-essere è un inalienabile diritto naturale comune che a tutti gli esseri umani va garantito appunto da quella, ancora tutta da costruire, cultura del reciproco rispetto prima accennata.
Tutto il resto sono chiacchiere, vuote chiacchiere, oziose elucubrazioni di spiriti oziosi e malati.
Fu molti secoli fa che un uomo espresse, con l'assoluta semplicità che permeava la sua anima, la considerazione che il problema umano era:
" non aver fame, non aver sete,non aver freddo".
Si chiamava Epicuro quell'uomo che richiamò vanamente i propri simili alla lineare verità materiale custodita nel corpo di ognuno.
Toccò a un altro uomo vissuto nell'Ottocento riprendere quel lontano grido, messo a tacere da secoli di inaudita barbarie del "civile" e "cristiano" Occidente, spiegando come proprio la formazione di strutture che dividono l'umanità in ricchi e poveri assicura il benessere materiale dei primi, ma lascia privi di risorse indispensabili i secondi, gli schiavi. Comune ad ambedue le categorie è solo la mancanza di benessere intellettuale.
Si chiamava Karl Marx quell'uomo che raccolse il grido di Epicuro.



Se crediamo che la dignità della vita risieda nel ben-vivere da parte di tutti, se crediamo che la dignità dell'essere umano risieda nella soddisfazione dei propri bisogni naturali, senza eccezione alcuna, e se crediamo che tale dignità sia collegata all'atto stesso della nascita, allora dobbiamo essere coscienti che, quando tutto ciò manchi, la responsabilità è solo di coloro che sono i rinnegati del nostro genere.
E' inutile appellarsi a qualsiasi Dio trascendente e alla sua "imperscrutabile" volontà perchè, se davvero un tale Dio esistesse, ad esso sarebbe da rivolgere un infinito disprezzo poichè sarebbe un Dio pazzo criminale da mettere in catene perchè non continui a nuocere.
Ma la responsabilità della degradante miseria edificata in questo Pianeta appartiene solo a una schiera di umani che definire tali appare essere una contraddizione in termini.
Tutto ciò vuol dire che quel che ci necessita senza più dilazioni è un'etica fondata sullo stesso essere umano e sui suoi bisogni naturali nella quale sia soppressa la cultura della ricchezza e del dominio e nella quale emerga, invece, la cultura del rispetto che sola può garantire la formazione di strutture sociali antitetiche alle prime.
Ecco perchè un relativismo come quello che, finora, si è presentato in veste di pensiero tollerante non ha più spazio ed ha, anzi, fornito specularmente il pretesto per il mantenimento di uno status quo comodo alle istituzioni di un Potere sfruttatore interessato a tacciare di intolleranza chiunque non sia funzionale alla propria organizzazione di disumano dominio.
Occorre, quindi, smascherare la falsa etica di proclamata origine divina, da qualunque parte proclamata, perchè la vera ed unica etica proviene solo dall'uomo nel momento in cui mette piede su questa terra acquistando, allora, l'inalienabile diritto di ben vivere con ogni fibra del proprio essere.
Solo una tale etica, umana e non divina, riporta il rispetto della vita di ognuno e distrugge, al tempo stesso, le menzogne di folli visionari che hanno nefastamente plasmato la nostra storia fornendo appoggio, e ritraendo appoggio, alla preesistente proprietà privata, primo strumento di dominio dell'uomo sull'uomo e morbo generatore di una infinita guerra condotta contro l'essere umano da altri uomini accompagnati dal loro Dio personale.
Diciamo, dunque, che non è più lecito difendere un relativismo ormai morto e sepolto sotto l'attacco di chi vuole continuare a mantenere la schiavitù nel nostro mondo perchè esiste la verità, lungamente conculcata, dei nostri corpi e delle nostre anime congiunte che attende di rivedere la luce sottraendosi alle nere tenebre dell'Inferno terrestre creato dai nemici del genere umano.
Occorre spezzare le Tavole della Legge partorite dalla lucida follia di quanti hanno visto il loro fiabesco Dio tra rovi ardenti o cadendo da cavallo o rivelato da "angeliche" apparizioni (i vari Mosè, Paolo e Maometto): occorre non la rivelazione di un qualunque dio, ma la rivelazione dell'uomo a se stesso e la sua scrittura di Tavole della Legge umane fondate esclusivamente sui propri bisogni.
Solo allora chiuderemo l'Inferno e riapriremo il Paradiso, qui ed ora.
Il relativismo è morto e, più vivo che mai, risuona il motto di Voltaire contro il cosiddetto cristianesimo:
" Schiacciate l'infame." .
Aderiamo con infinita passione alla rivolta espressa in quel motto, ma ne allarghiamo l'orizzonte gridando:
" Schiacciamo tutti gli infami.".
Siamo sicuri che il grande Voltaire approverebbe.

Contro l'ipocrita mito degli eroi

GULIZIALa figura dell'eroe, o meglio la sua nuova mitologia, è risorta nell'America del 2001 con la fraseologia teologica del novello gran sacerdote George W. Bush.
Dapprima utilizzata per descrivere il sacrificio reale di quei pompieri che persero la vita tra le fiamme delle Torri Gemelle nel tentativo di soccorrere coloro che erano rimasti intrappolati nel rogo, è stata progressivamente estesa a quanti, in un modo o in un altro, sono stati mortalmente coinvolti nello scatenamento della cosiddetta "guerra al terrorismo".
Ma non è senza ragione che il mito dell'eroe è stato fatto abilmente risorgere in questi anni coniugando con esso un'appropriata comunicazione mediatica e i rituali governativi che il mito stesso alimentano in modo che non sappiamo definire se più ridicolo o più inverecondo e, forse, ambedue.
In realtà, se penetriamo oltre le barriere delle immagini e delle parole, ci accorgiamo che si tratta di una semplice, per quanto abile, vergognosa operazione di marketing commerciale finalizzata a "vendere la guerra" nel suo mercato occidentale, in primo luogo, e alle ramificazioni internazionali di questo stesso mercato.
Se qualsiasi guerra ha sempre avuto bisogno, infatti, della sua cornice di eroi da parte di tutte le parti combattenti, ma tali, infine, sono divenuti solo quelli della parte vittoriosa, tanto più di essi vi è bisogno da parte di un paese come gli Stati Uniti d'America che, rimuovendo con spudorata disinvoltura il pretesto delle famigerate "armi di distruzione di massa", lo hanno piamente sostituito con una evangelica missione per "la democrazia e la libertà".
E' giunto ormai il momento di dire "BASTA" con forza a quanti in giro per il mondo sfruttano le leve di un potere conquistato su masse private di capacità di comprensione e discernimento e utilizzate come clavi per gli squallidi giochi di interessi economici che sono il vero movente di ogni guerra fin qui combattuta.
Ma è giunto anche il tempo di dire "BASTA" con uguale forza ai cervelli malati che, all'ombra del potere, alimentano le loro perversioni psichiche succhiando il sangue e l'anima di un genere umano che, ogni giorno, vede depredate le proprie energie vitali per rifornirne coloro che gli parlano suadentemente di "democrazia e libertà" tacendo che così intendono, in realtà, il
loro potere e la loro libertà.
Il mondo degli umani è stanco di eroi e, soprattutto, di eroi per decreto di fanfare presidenziali che nascondono, dietro lo sventolio delle bandiere e le note delle trombe funebri, volti ripugnanti di piccoli "presidenti", criminali giullari di circhi di morte.

Democrito, Epicuro, Lucrezio

Omaggio ai Padri della Fisica.

Premessa.

L'anno 2005 è stato dichiarato anno mondiale della Fisica e dedicato, attraverso manifestazioni di vario genere, alla rievocazione del percorso da essa seguito, soprattutto da Einstein in poi, fino a quella che ha assunto la denominazione di "Fisica Quantistica" e che costituisce la frontiera del patrimonio scientifico all'alba del millennio nel quale viviamo.
Tuttavia, è con profondo disappunto che abbiamo rilevato la mancanza di riferimenti, se non qua e là in modo sporadico e senza la dovuta enfasi, a coloro che ben più di due millenni orsono furono gli effettivi fondatori della Scienza Fisica che null'altro è se non il naturale sviluppo di quell'attitudine all'indagine speculativa chiamata "Filosofia".
Parliamo di Democrito, Epicuro e Lucrezio che, senza nulla togliere ad Einstein e ai suoi successori, sono e restano i veri Padri Fondatori della Fisica e gli artefici di una visione della vita universale che in essa aveva, ed ha tutt'oggi, i suoi veri fondamenti.
Proponiamo, pertanto, brevi note sintetiche con lo scopo di rendere il dovuto omaggio a giganti che molto dissero al loro tempo e che, ancor di più, hanno da dire e da dare ai nostri giorni.


La scuola atomista e Democrito.

In quel grande movimento di pensiero che nell'antica Grecia aiutò gli uomini a liberarsi dalle assurdità di culti tributati a Dei che erano soltanto la proiezione antropomorfa degli uomini stessi nacque e si sviluppò la scuola atomista fondata da Leucippo.
Allievo del fondatore della scuola fu Democrito, nato attorno al 460 a.C. in Abdera.
A lui si deve l'intuizione geniale circa l'intera struttura dell' Universo come formata, nella sua essenza prima ed ultima, da particelle minime chiamate
ATOMI la cui incessante interazione, secondo un movimento che avviene nel vuoto, determina l'eterno comporsi, scomporsi e ricomporsi di tutte le forme materiali.
Conseguenza di tale visione è l'affermazione dell'esistenza di infiniti mondi (Giordano Bruno, molto più tardi, per aver sostenuto lo stesso concetto finirà bruciato sui roghi dell'Inquisizione cristiana) poichè nulla perisce realmente per effetto di quel movimento atomico che è così, in realtà, una perenne rigenerazione.
L'approdo finale del pensiero democriteo, su tali basi, non può che essere la negazione dello spirito, inteso come realtà separata e diversa rispetto alla materia, poichè Tutto è materia e le stesse espressioni denominate spirituali o intellettive non sono altro che necessarie derivazioni di quella e degli atomi che la costituiscono.
Resta, quindi, destituita di fondamento la credenza nell'esistenza di qualsiasi principio di ordine metafisico o trascendente interpretato come reggitore dell'Universo.
Con il che, Democrito brucia il terreno alle contrarie teorie spiritualistiche di Parmenide e continua la via già intrapresa da un altro gigante di nome Eraclito che, prima di lui, aveva affermato: TUTTO SCORRE; DAL TUTTO NASCE L'UNO E DALL'UNO NASCE TUTTO.

I postulati esistenziali dell'atomismo in Epicuro.

Toccò a Epicuro, nato a Samo nel 341 a.C., sviluppare una dottrina della vita che si radicava nell'atomismo e ne portava alla luce il suo semplice e, per ciò stesso meraviglioso, significato ai fini dell'umana esistenza.
Nessun bisogno di un Dio o di una pluralità di Dei in veste di legislatori e di giudici ai quali timorosamente sottomettersi per evitarne le collere e propiziarsene la benevolenza. Favole, queste, tipiche della fanciullezza di una umanità che ancora oggi vive senza essere riuscita a varcare questo stadio e, anzi, ancor più regredita con l'avvento dei monoteismi di Mosè, Paolo e Maometto.
Nella conoscenza fondata sulla percezione sensoriale di tutto ciò che giunge dalla struttura atomica della materia e nella comprensione delle intime relazioni che legano tutti i fenomeni della Natura, governandone l'intrinseco equilibrio, sta la chiave di volta di una liberazione dalle nostre grandi paure: paura della morte e paura degli dei.
Liberi dalle tenebre di queste paure e illuminata, così, la semplicità della Vita, agli uomini basta seguire l'altrettanto semplice percorso dell'
atarassia , cioè una condizione mentale di serenità e di equilibrio, per giungere a una felicità che è semplice godimento della vita stessa e, quindi, semplice gioia di vivere.
Ma qual'è la via dell'atarassia? Epicuro risponde che essa si trova nella soddisfazione degli elementari bisogni naturali:
non aver fame , non aver sete , non aver freddo , rifiutando l'avidità di ricchezze e di potere che possono generare solo guerre e dolore come è avvenuto dal tempo della fondazione delle città-stato.
In altre parole, in uno stile di vita fatto di moderazione dei desideri e dei bisogni sta la costruzione di una umanità che sappia vivere in armonia con gli equilibri dell'Universo.

Il divino cantore della Vita: Lucrezio.

Nessuno come Lucrezio, a Occidente, hasaputo cantare la poesia della Vita all'interno della Fisica Atomistica che, con lui, ha raggiunto vette di commovente intensità traducendo la visione scientifica nella bellezza dei versi del suo
De rerum natura.
La sua incerta data di nascita oscilla tra il 98 e il 96 a.C. e visse, pertanto, durante la repubblica romana all'epoca della guerra civile tra Silla e Mario e della rivolta di Spartaco.
L'insegnamento di Epicuro trovò in Lucrezio un'appassionata adesione e lo portò a nutrire verso il maestro un'autentica venerazione che nasceva dal riconoscimento del suo fondamentale contributo alla genesi di una libertà umana lungamente conculcata dal veleno della paura superstiziosa instillata dalla
religio degli dei.
Sotto il profilo scientifico, il poeta della Natura legò il suo nome a quella splendida teoria del
CLINAMEN che completò, in modo superbo, l'impalcatura dell'Atomismo riprendendo la correzione che Epicuro aveva portato alle teorie democritee per quanto riguardava il moto degli atomi.
Nella concezione di Democrito, infatti, quel moto avveniva secondo una meccanicità e una immodificabilità dalle quali discendeva un principio di necessità che portava a una visione fatalistica delle cose. Contro tale visione, che finiva con l'annullare il principio di libertà, Epicuro aveva sostenuto che il moto atomico, per quanto svolgentesi all'interno di leggi meccaniche, conosceva pur sempre la possibilità di spontanee deviazioni la cui realtà originava il principio del
libero arbitrio umano.
Dalla correzione epicurea Lucrezio ripartì per spiegare la formazione delle cose attraverso le deviazioni del moto atomico durante il processo di interazione tra gli stessi atomi.
Conseguenza del
clinamen era, allora, la definitiva scomparsa di attori divini sulla scena del mondo e la restituzione all'uomo di una solitudine nella quale trovava posto la sua libertà, ma anche la sua totale responsabilità nei confronti di se stesso e della Natura.
In coerenza, infine, con tale approccio scientifico verso l'Universo, del quale siamo parte integrante e inscindibile, il pensiero lucreziano non poteva che condividere quegli stessi postulati esistenziali che Epicuro aveva tratto dall'atomismo.
Così, contro un mondo dilaniato, ieri come oggi, da guerre scatenate per volontà di ricchezze e di dominio, si ergeva la concezione di un mondo che, rifiutando lo spirito di avidità, trovava nell'appagamento dei bisogni elementari e nella moderazione dei desideri il modo per vivere in pace secondo fratellanza e solidarietà.
Perchè il vero, grande, autentico senso della Vita stava, ieri come oggi e come in eterno, in un semplice godimento dei piaceri naturali privo di eccessi a cui si accompagnava lo studio della Natura e una serena convivenza con i propri simili.
In queste semplici cose era racchiuso il segreto di un'esistenza fatta di corpi e di anime reciprocamente felici di vivere senza paure ultraterrene e, quindi, capaci di sconfiggere i vessilliferi di morte le cui trombe sono politica e religione.

Le radici cancellate dell'Occidente

Più e più volte sono state recentemente rivendicate, da parte delle istituzioni cattoliche, le radici cristiane dell'Europa come a porre il sigillo definitivo sull'Editto di Costantino del 313 d.C. e sul successivo Editto di Teodosio del 380 d.C. con il quale ultimo il Cristianesimo trovava il suo riconoscimento ufficiale come religione dell'Impero.
Tali veementi rivendicazioni superano, in realtà, la portata di quegli Editti perchè comportano la inesorabile cancellazione storica di quelle che furono le vere radici dell'Occidente nel suo processo di formazione che, partendo dalla originaria comunione con le antiche civiltà dell'Oriente, giunse in un certo momento a spezzarne la linea di continuità.
Tutta la nostra cultura è, infatti, imbevuta dal richiamo alle matrici greco-romane come alle matrici costitutive della nostra storia e non vi è dubbio che in questo richiamo ha giocato un ruolo assolutamente preponderante lo sviluppo stesso del Cristianesimo che, discendente dal ceppo ebraico, trovò nella filosofia platonica la base ottimale per la propria teoria ereditando infine, nella sua vocazione universalistica, la visione imperiale romana.
Va, però, sottolineata la separazione che occorre fare tra Cristianesimo, in quanto religione organizzata e istituzionalizzata, e ispiratore di essa, cioè l'uomo chiamato Gesù.
Occorre fare questa separazione perchè si tratta di due realtà storiche la cui coincidenza è, quanto meno, fortemente discutibile soprattutto se si tiene presente che il vero fondatore della religione cristiana fu un altro uomo di nome Paolo di Tarso meglio conosciuto come san Paolo.
E proprio perchè tale premessa ci porterebbe assai lontano, bisogna restringere l'analisi ai confini del solo Cristianesimo nella sua conclamata pretesa di essere radice d'Occidente.
In realtà, allora, se andiamo a indagare gli albori della storia d'Europa, troviamo nelle sue lontane origini l'apparizione di due nuclei umani le cui culture sono profondamente simili: essi sono il nucleo celtico e il nucleo cretese o minoico.
Nulla di certo ancor oggi è possibile affermare circa la provenienza dei Celti nel momento in cui comparvero nello scenario europeo migrando da quella che sembra sia stata la localizzazione iniziale nell'Europa centrale verso l'Europa meridionale in un'epoca databile attorno al 700 a.C. Sembra, peraltro, che a quell'epoca essi avessero già alle spalle un'evoluzione lunga un millennio compiutasi tra il 3000 a.C. e il 2000 a.C. fatta di integrazione tra diverse popolazioni giunta a dar vita a un nucleo di omogenea civiltà.
Se incerte risultano le vere origini celtiche sul piano dei dati concretamente emersi nello studio storico-archeologico restando così aperte differenti ipotesi (ma questa, del resto, è la sorte comune per quasi tutte le antiche civiltà), vi sono però elementi che indicano il legame culturale con le civiltà che all'epoca popolavano la Terra e, in particolare, con quelle abitanti ad Oriente.
Per procedere su questa affermazione è indubbiamente necessario possedere una visione d'insieme su quella che fu l'antica storia del Pianeta Terra prima che si affermasse l'epoca greco-romana, preceduta dalla nascita dell'Ebraismo, come genesi di una nuova storia le cui propaggini giungono fino ai nostri giorni. Ciò in quanto la conoscenza di quell'antica storia permette di cogliere la sostanziale unità culturale che intercorreva fra tutti i popoli di ogni luogo e di ogni tempo successivamente spezzata nel momento in cui, in Occidente, si affermeranno concezioni e stili di vita in radicale contrasto con i precedenti retaggi umani.
Nelle antiche epoche, infatti, senza distinzioni di patrie si era colto il legame intimo e profondo che legava l'uomo all'intiero mondo della Natura, di cui era soltanto uno dei componenti, in un quadro cosmico nel quale erano presenti energie e leggi che occorreva indagare e rispettare se si voleva vivere in armoniosa relazione con esse.
Soltanto in questa visione stava la percezione del segreto divino su cui si fonda l'esistenza di ogni espressione materiale della Vita stessa compreso l'uomo.
La conseguenza dell'espansionismo celtico nelle diverse zone europee fu lo sviluppo di diversi altri nuclei sociali tutti discendenti dallo stesso ceppo e unificati nella stessa cultura.
Qual'era, allora, questa cultura celtica che improntava di sé le nuove popolazioni europee?
Alla base di essa stava quel rapporto con la Natura, a cui abbiamo prima accennato, che induceva a studiare e comprendere le sue leggi non secondo una visione dominatrice bensì per stabilire una sincera sintonia. Secondo quest'ottica la società celtica, fatta di guerrieri che non amavano la guerra perchè in essa vedevano solo uno strumento di sopravvivenza e non di conquista, prediligeva uno stile di vita fatto di grandi feste comunitarie nelle quali i racconti delle saghe storiche rinsaldava sentimenti di identità collettiva. E sempre in questa visione della Vita legata al mondo della Natura risiedeva un rapporto tra i sessi fondato su un totale riconoscimento della femminilità come manifestazione e tramite della Natura stessa all'interno del quale non poteva esservi posto per logiche di dominio o pretese di superiorità della parte maschile. Altrettanto coerentemente con l'intuizione di un ordine cosmico superiore, del quale la sessualità è la legge fondante, la cultura celtica visse il gioco degli amplessi con semplicità e libertà come semplice fenomeno rientrante in quell'ordine stesso.
I Druidi, figure identificabili come scienziati e filosofi, furono coloro che coltivarono quello studio della Natura sul quale i costumi sociali dei Celti si modellarono sviluppando il loro fortissimo amore per la vita e l'interpretazione di una unitarietà cosmica che rivive oggi attraverso le scoperte, anzi le ri-scoperte, della Fisica Quantistica.
Ma nel mondo celtico poesia e musica trovarono spazi di affascinante bellezza perchè erano le dirette conseguenze di quella concezione della vita vista come una grande, eterna festa per coloro che avevano un intelletto capace di penetrare nella grande trama dell'Universo.
Le poche cose che qui abbiamo detto svelano il legame nascosto che certamente esisteva tra i Celti e le altre antiche culture che tutte avevano le medesime concezioni e, senza dubbio, forte è l'eco che giunge dall'Egitto e dall'Oriente in generale. Non sappiamo se questo legame sarà mai scoperto, ma certo le nostre radici autenticamente celtiche per una parte ci portano a sentire con nostalgia il messaggio di un mondo che comincia lentamente a riapparire nel tempo che viviamo in cui ogni cosa suona falsa.
Se ora volgiamo lo sguardo verso l'isola di Creta troviamo in questa direzione i resti di una meravigliosa civiltà che è tornata alla luce per merito dell'archeologo inglese sir Arthur Evans (1851-1941) il quale iniziò gli scavi nel 1900 restituendoci il perduto tesoro di una umanità che con i Celti condivise lo spirito gioioso della vita e fu madre di una grecità che ne perse i veri valori lungo i secoli seguiti alla sua scomparsa.
Secondo le ipotesi adombrate circa l'origine dei Cretesi sembrerebbe che sia frutto, forse, di un movimento migratorio proveniente dall'Anatolia, in Asia Minore, di popolazioni che tra il 6000 e il 2000 a.C. avrebbero avuto il loro ciclo di sviluppo portando nell'isola mediterranea il loro splendido patrimonio culturale.
Anche in questo caso, dunque, appaiono riecheggiare quegli influssi orientali che è lecito sospettare nella formazione della civiltà celtica.
Creta fu ai primordi di quel mondo greco che, alcuni secoli dopo, da essa sarebbe disceso smarrendone poi, in modo definitivo, la grande eredità allorchè sulla scena sarebbe apparsa in modo dominante Atene, alla quale stoltamente l'Occidente fa ascendere natali che proclama nobili con una menzogna che dura ininterrottamente da ben più di due millenni.
La civiltà cretese poggiava, in realtà, su fondamenti ben lontani da quella che sarebbe stata l'evoluzione storica conseguente all'epoca micenea che ne soppiantò il ciclo di esistenza con nuove linee di direzione.
A Creta fu accesa, in quei tempi solo apparentemente così lontani, una luce di gioiosa vitalità che procedeva sugli stessi sentieri percorsi dalla gente celtica.
La prima caratteristica del mondo minoico che risalta nello studio di quelle genti che a quel mondo appartennero è la totale assenza di spirito conflittuale non solo al suo interno, ma anche nei confronti delle altre popolazioni. A testimonianza di ciò sta l'inesistenza di fortificazioni e di altre apparecchiature da guerra che possano dimostrare tendenze belliche come quelle che saranno invece costantemente presenti nei posteriori periodi storici. Ciò non significa, tuttavia, che a Creta non si sia dovuto comunque combattere poichè occorreva difendersi sul mare dove forte era il pericolo rappresentato dai pirati. Ma, a parte questa realtà che fu l'unico motivo bellico nella vita dell'isola, l'esistenza che si conduceva in quei luoghi felici scorreva lungo i binari della pace regnante tra le comunità delle diverse città poichè mancava l'ossessione del Potere non solo nei rapporti tra esse esistenti, ma prima ancora nei rapporti umani tra uomini e donne delle singole comunità.
Come ha osservato, infatti, la scrittrice afroamericana Bell Hooks nel suo libro
Tutto sull'amore:" Su questo pianeta nessuno può conoscere l'amore, finchè all'ordine del giorno c'è il potere." (Bell Hooks, Tutto sull'amore, Universale Economica Feltrinelli, marzo 2003, p. 116).
Se queste parole costituiscono una verità fondamentale che contribuisce a mettere a nudo la devastazione portata nel nostro pianeta dalla cultura del dominio storicamente affermatasi in seno alla stirpe umana, allora è giusto dire che la civiltà minoica non conobbe tale cultura perchè in essa viveva il culto della Natura come ordine cosmico regolato dal principio di Armonia.
Da una visione di tal genere discendeva un'esistenza imperniata sulla sessualità come libero e gioioso incontro dei corpi segnato solo dal vincolo del reciproco piacere che contribuiva ad allontanare il morbo della violenza distruttrice e incanalava le energie verso manifestazioni creative come musica e danza e ancora verso attività di carattere sportivo. Tutto questo era profondo amore per la vita come grande festa per ciò che l'Universo stesso appare agli occhi di chi sa vederne la reale essenza.
Celti e Cretesi seppero cogliere insieme l'autentico significato della vita nella sua divina semplicità.
Alla fine del ciclo della civiltà minoica subentrò l'epoca micenea e apparve la guerra come modo di vita e così continuò fino al tempo in cui Sparta e Atene dominarono la nuova scena storica della Grecia. Tuttavia non fu Sparta l'alfiere delle bandiere di guerra portate a sottomettere altre popolazioni poichè, nonostante l'immagine che ci è stata ingannevolmente tramandata, in essa era presente solo una volontà di difesa dei propri confini e non coltivava velleità egemoniche proprie di un'Atene tesa all'allargamento dei propri spazi di dominio attraverso la creazione di un impero mercantile.
Siamo nella cosiddetta fase classica della storia greca compresa tra il 490 e il 323 a.C. preceduta dalla fase arcaica compiutasi tra il 1200 e il 490 a.C., anno nel quale Roma completò la sottomissione dei regni ellenistici.
In epoca coeva alla fase arcaica, e quindi tra il 1250 e il 1200 a.C., era avvenuta la fondazione della prima religione in assoluto della storia umana, l'Ebraismo mosaico, che aveva operato la totale separazione dell'uomo rispetto a un Dio la cui immagine era la sete stessa del Dominio e del Potere. Era il primo anello rotto in una cultura umana che, fino a quel momento e dovunque, aveva visto la inscindibile unità divina della vita cosmica e dell'uomo come parte di questa realtà.
Nel 428 a.C., in epoca classica, nasceva ad Atene Platone la cui filosofia spiritualistica operò una seconda scissione tra materia e spirito svalutando la prima, e quindi il corpo, rispetto al secondo visto come verità assoluta. L'uomo fu diviso per la seconda volta con la negazione dei valori della fisicità corporale.
Più tardi toccherà ad Aristotile, nato a Stagira nel 384 a.C. e allievo di Platone, completare l'opera di incarcerazione dell'essere umano attraverso lo sviluppo di una filosofia che, tutto volendo vedere sotto un aspetto rigidamente razionale e classificatorio, finirà con il determinare l'incapacità di comprendere il legame intimo che tutto unisce fondando una cultura nella quale i vari aspetti della vita risultano separati tra di loro, così accecando occhi e anima.
Il Cristianesimo ereditò dal suo ceppo di discendenza, l'Ebraismo di Mosè, quella separazione tra uomo e dio base delle concezioni mosaiche. Dalla filosofia platonica riprese la separazione tra materia e spirito e sull'aristotelismo poggiò le sue visioni teoriche nel segno del dogma che afferma l'indiscutibilità delle proprie asserzioni.
L'uomo diviso è il prodotto occidentale di una tale cultura che più di morte si nutre che non di vita e il cui unico scopo è il Potere con i suoi corollari di guerra e la negazione di un Eros seppellito sotto l'ambizione delle ricchezze mercantili dove niente ha valore se non il Denaro, come feticcio dal volto di vampiro, eternamente assetato di sangue umano.
Ma le nostre vere, autentiche radici non sono in tutto ciò perchè, anche se cancellate, sono in quelle due, antiche civiltà celtica e minoica il cui messaggio dimenticato è che la Vita è semplice piacere di vivere sotto la legge del grande Eros cosmico.
Se vogliamo riprenderci le nostre esistenze è indispensabile e urgente riscoprire ciò che le menzogne storiche hanno rubato al patrimonio genetico che ci appartiene per diritto di natura e così riappropriarci delle luminose energie vitali che una volta cantavano su questa Terra.