Mercoledì, 23 Ottobre 2019

REGISTRATI PER POSTARE UN COMMENTO

Condividi questo post su:

Submit to FacebookSubmit to Google BookmarksSubmit to TwitterSubmit to LinkedIn

Diventa amico dell'autore

su Facebook

-----------------------------

VIVA LA GRECIA!

Ho brindato, domenica sera 5 giugno 2015, al risultato del referendum    greco.

Ho brindato, domenica sera 5 giugno 2015, al popolo greco.

Perchè ho brindato? Ho brindato perchè l'arroganza tedesca è stata  sconfitta da un piccolo popolo che gioca una partita sovrumana per togliersi di dosso il cappio che lo strangola da anni in nome del Niente celato dietro una criminale truffa finanziaria dal nome di Euro.

Alla faccia di tutti gli europeisti da strapazzo che, soprattutto nella disgraziata Italia, abbondano sproloquiando con sciocca retorica pseudo-accademica, la Grecia ha dimostrato fino in fondo che la violenza perpetrata nei suoi confronti dalla banda mafiosa che l'ha resa schiava del Marco tedesco, vera realtà del menzognero Euro, può essere combattuta e sconfitta.

Oggi, finalmente, assistiamo alla rivolta di una nazione contro i suoi oppressori.

Oggi, finalmente, cade la maschera di una cosiddetta Europa che altro non è se non l'altra faccia di una Germania la cui ascesa economica e politica andrebbe demistificata dall'aureola di virtù nazionali che ne circondano l'immagine.

E non è certamente la Grecia a dover temere, ma proprio la Germania che vede finalmente irrisa la propria sciocca arroganza.

Il nuovo futuro è certo da costruire, ma la presenza sullo scenario di una Spagna che ha già dichiarato di essere pronta a prestare aiuti e di una Russia che con Putin appare muoversi nella stessa direzione lasciano intravedere orizzonti positivi.

Sarebbe, comunque, importante che tutti i Paesi dell'area Piigs si muovessero contemporaneamente abbandonando il cosiddetto Euro e costruendo nuove realtà politiche ed economiche fondate sulla solidarietà reciproca in nome di una democrazia dal volto socialista.

VIVA LA GRECIA!   

 

7 giugno 2015 

Euro: storia di una truffa

 

 

Il dibattito corrente, nel nostro Paese come in tutta la cosiddetta eurozona, è ormai imperniato sul mantenimento dell’euro quale strumento monetario nel quadro economico, e in realtà, soprattutto politico dell’area geografica europea.

Più che di un dibattito si tratta di uno scontro giunto al culmine tra le variegate forze che si contendono il nostro futuro sociale.

Ma il dato davvero impressionante che contrassegna le posizioni in essere come anche i mezzi di informazione di qualsiasi genere è l’inesistente analisi del percorso di formazione dell’euro con il riferimento inevitabile all’economia più forte, quella tedesca, e i motivi storico-politici che hanno determinato l’insorgenza di questa forza oggi dominante.

Sta di fatto che se si prescinde da un’analisi del genere è impossibile comprendere che cosa sia l’euro e rende altrettanto impossibile schierarsi consapevolmente per decidere se restare o meno all’interno della sua architettura.

Di seguito una sintesi riepilogativa dei vari passaggi che hanno portato alla situazione attuale rimandando al mio libro “DOSSIER GERMANIA “ (CSA Editrice-Settembre 2013)  per una completa visione storica che ha nella Prima Guerra Mondiale le sue radici più lontane.

 

1)   DOPO IL SECONDO CONFLITTO MONDIALE.

 

Le legittime aspettative sovietiche in ordine al risarcimento degli ingentissimi oneri bellici (quantificati dallo storico inglese Clive Ponting in misura pari al prodotto interno lordo di non meno di venticinque anni) avrebbero richiesto uno Stato tedesco unitario, ma ciò non rientrava negli interessi angloamericani perché questo era accettabile a condizione che l’intero Stato fosse sotto il loro esclusivo controllo. Inoltre, il pagamento dei danni di guerra all’ormai scomodo alleato avrebbe significato il finanziamento del sistema sovietico ovviamente inaccettabile. Infine, il capitalismo americano contava sugli enormi profitti che potevano essere realizzati esportando le proprie merci nel paese europeo che appariva il più idoneo a importarle: la Germania.

Tutto ciò condusse, con la forzata accettazione di Stalin per non inimicarsi i suoi innaturali alleati, alla divisione della Germania con la più ricca zona occidentale ripartita tra inglesi, americani e francesi e la più povera zona orientale assegnata all’URSS alla quale fu concesso di ricavarne quel poco che era ottenibile in conto riparazioni belliche.

La divisione della Germania garantì inoltre il controllo militare americano in funzione strategica per gli scenari in formazione del blocco antisovietico che individuava nella futura Repubblica Federale Tedesca il suo riferimento centrale.      

 

2) BRETTON WOODS E PIANO MARSHALL.

 

Ancor prima della fine della guerra, e precisamente nell’estate del 1944, si erano riuniti gli alleati occidentali a Bretton Woods, in suolo americano, per concordare un nuovo sistema monetario in sostituzione del precedente sistema di convertibilità di tutte le monete in oro a parità fissa, il cosiddetto Gold Standard, ormai superato dalla impossibilità di alcun paese di garantire la convertibilità della propria moneta.

Il sistema di Bretton Woods prevedeva il dollaro come unica moneta convertibile in oro (con una parità tra dollaro e oro di trentacinque dollari per oncia) e l’obbligo degli altri Paesi aderenti agli Accordi (esclusa l’Unione Sovietica) di mantenere la parità delle monete nazionali con il dollaro: ciò significava, di fatto, il loro assoggettamento agli interessi del capitalismo americano con il Gold Standard trasformato in Gold Exchange Standard.    

Nel 1947, il Piano Marshall fu lo strumento decisivo per garantire il consolidamento dell’egemonia internazionale americana con il dollaro quale unica moneta di riferimento nel panorama economico e, dunque, pilastro della politica statunitense.

Nei confronti della Germania tale Piano aveva, tuttavia, obiettivi ulteriormente importanti come osserva  Jacques R. Pauwels nel suo libro “Il mito della guerra buona” :

 

“Per quanto riguarda la Germania, il piano rappresentava un passo verso la creazione di uno Stato proamericano e antisovietico nella Germania occidentale ed un’ulteriore tappa sulla strada che avrebbe portato ad una divisione a lungo termine del paese..” (Jacques R. Pauwels, Il mito della guerra buona, DATANEWS Editrice, 2003, p. 205)    

 

Fu così, come scrive Hosea Jaffe in “Germania – verso il nuovo disordine mondiale” che:

 

“Subito dopo la guerra, nel 1949, americani e inglesi appoggiarono la creazione del blocco antiURSS conosciuto come NATO e mediante il Piano Marshall ricostruirono e riarmarono la Germania sconfitta in funzione di fortezza contro l’Unione Sovietica.” (Hosea Jaffe, Germania – verso il nuovo disordine mondiale, Editoriale Jaca Book, 2012, pp. 39-40)

 

Altro e altrettanto motivo di rafforzamento del sorgente Asse Washington-Berlino era il sistema economico tedesco fondato, già durante il Nazismo, sull’alleanza tra capitale e lavoro che permetteva l’esistenza del sistema capitalistico nei due paesi a più forte condivisione dello stesso contro il “pericolo” bolscevico rappresentato dall’Unione Sovietica. 

 

3) DALLA RIPRESA ECONOMICA TEDESCA ALLA RIUNIFICAZIONE.

 

Nel giro di cinque anni dalla fine della guerra, e cioè nel 1950, la Germania occidentale è di nuovo in piedi grazie alle poderose sovvenzioni americane del Piano Marshall e nel decennio successivo, tra il 1951 e il 1960, riconquista tutta la posizione di potere precedente collocandosi al quarto posto dopo Stati Uniti, Inghilterra e Francia.

Il Trattato di Roma del 1957 che istituisce la Comunità Economica Europea, CEE, vede alla testa della Comunità la Germania occidentale che, contemporaneamente, ha assunto un ruolo centrale nella NATO istituita nel 1949 da americani e inglesi in funzione antisovietica.

In parallelo procede il declino economico americano a seguito delle guerre di Corea (1950-1953) e del Vietnam (1964-1975) che, se consentono profitti enormi per l’industria bellica, producono un deficit di bilancio fin dal 1950, pressioni inflazionistiche e una crescente sfiducia nel dollaro le cui riserve auree di copertura divengono sempre più insufficienti senza che gli Stati Uniti provvedano a mutare lo stato delle cose.

Nel 1969, la Bundesbank, maggiore detentrice di dollari americani, rivaluterà il marco tedesco a seguito di un’economia talmente forte da aver sopravanzato quella americana e farà ancora una seconda rivalutazione nel maggio 1971.

Nel 1971 la Federal Reserve è sommersa dalle richieste di conversione di dollari in oro e ad agosto dello stesso anno, per evitare il deflusso delle riserve auree, il presidente Richard Nixon dichiara unilateralmente la rottura del Trattato di Bretton Woods: ciononostante il dollaro rimane bene di riserva, inaugurando il passaggio al Dollar Standard, e permette l’espansione debitoria statunitense a livello internazionale attraverso l’eccezionale arma di difesa costituita dal prezzo del petrolio esclusivamente nella moneta americana.     

Era, comunque, evidente che la posizione egemonica del dollaro creava gravi problematiche nel contesto occidentale determinando una rotta concorrenziale del marco e accentuando le prospettive di integrazione monetaria europea, messe in luce già nel Trattato di Roma del 1957, più che altro su considerazioni politiche avulse dagli ostacoli economici esistenti ieri come ancora oggi.

Nel 1979 nasce il Sistema Monetario Europeo, SME, che nel 1987 stabilirà parità monetarie ancorate al marco tedesco tramite l’Ecu, valuta paniere e moneta di regolamento delle transazioni nello SME,  costruito come media ponderata delle monete dei paesi membri dove il marco era la moneta più forte sancendo la posizione dominante conquistata dalla Germania.

La riunificazione del 1990 delle due Germanie, occidentale e orientale, in un unico Stato provocò però gravi conseguenze inflazionistiche inducendo nel 1992 la Bundesbank a innalzare il tasso di sconto dall’8% all’8,75% quale rimedio al deficit di bilancio e, poiché Italia e Inghilterra, già gravate da forti debiti pubblici, non potevano seguire la stessa strada ciò portò a un’altra rivalutazione del marco eliminando le parità monetarie del 1987.

A seguito di tale situazione si sviluppò l’attacco speculativo del finanziere di origini ungherese George Soros che, attraverso il suo Quantum Fund, procedette alle vendite allo scoperto di lira e sterlina le quali, dopo perdite del 30% la prima e del 15% la seconda, dovettero fuoriuscire dallo SME.

Se i profitti di Soros furono giganteschi, il beneficiario reale dell’intera operazione speculativa fu la Germania perché, come scrive ancora Hosea Jaffe:

 

“Come previsto e voluto, il capitale è piovuto nelle casse delle banche, delle borse e delle finanziarie tedesche. Una pioggia di capitali accorse a rifinanziare i costi della riunificazione saliti alle stelle….

La raccolta di capitali necessari alla riunificazione è stata quindi realizzata sfruttando i meccanismi SME dell’Unione monetaria europea……..

La Germania riunificata accetta i suoi confini nazionali del 1945 al fine di estendere il suo potere economico e diplomatico su tutto il mondo.” (Hosea Jaffe, op.cit., pp.33,35,37)

 

Detto per inciso, consiglio vivamente la lettura del libro di questo autore.

Il 7 febbraio 1992, a Maastricht, prima dei crolli di lira e sterlina, era stato firmato il Trattato sull’Unione Europea nel quale i Paesi aderenti si obbligavano all’unificazione monetaria prevista nel 1999.

 

4) NASCITA DELL’EURO.       

 

L’unificazione monetaria, con la sostituzione delle valute dei dodici paesi membri iniziali, porta la data del 1° gennaio 2002 ed è avvenuta con una procedura concordata prevedente che l’Euro avrebbe sostituito l’Ecu con un valore di 1 a 1 attraverso il valore dell’Ecu rilevato in un certo giorno e successivamente attribuito all’Euro: quel giorno è stato il 31 dicembre 1998.

Ora, se l’Ecu era la media ponderata delle monete dei paesi dello SME ancorata al marco tedesco quale moneta più forte, ne discende che l’Euro, valutato con un rapporto di 1 a 1 con l’Ecu, è ancora il rappresentante, per meglio dire la maschera, del marco quale espressione  della economia nazionale dominante, cioè quella tedesca.

Ma credo di aver ormai pienamente dimostrato che la forza germanica non è tanto la risultante di una particolare virtuosità specifica quanto la conseguenza degli interessi americani postbellici, politici ed economici, che le hanno spianato la strada dal dopoguerra in poi e che la riunificazione del 1990, causata dalla originaria e sempre interessata divisione del paese nel 1945, ha comportato costi parzialmente sostenuti dall’Europa attraverso la speculazione finanziaria.

L’introduzione dell’euro ha sancito, quindi, l’enorme vantaggio derivatone per la Germania  come sottolinea Alberto Krali che così scrive:

 

“L’industria tedesca punta….sui membri dell’Eurozona perché può contare sulla moneta unica che le risparmia le sofferenze delle svalutazioni competitive e quindi le assicura stabilità.

L’eccesso di risparmio tedesco prende la via del sud perché in questo modo si autoalimenta cioè va a finanziare la domanda che a sua volta si rivolgerà ai prodotti tedeschi resi immuni, per merito dell’euro, dall’oscillazione dei cambi.”  (Alberto Krali, Primi della klasse, Cairo Editore, 2012, p. 125)

    

 

Osserva ancora lo stesso autore:

 

“Non l’Europa di tutti uguali ma un’Unione che segua le regole e ribadisca l’egemonia tedesca..

In breve la Germania promette di essere europea a condizione che l’Europa diventi tedesca…” (ibidem, pp 151, 157)

 

Inoltre, poiché l’euro non rappresenta la forza dell’economia UE complessiva, ma soltanto quella tedesca ciò costituisce ulteriore vantaggio per la Germania poiché:

 

“….l’euro perde o è stabile nei confronti del dollaro e quindi le sue esportazioni non ne risentono. Da qui due vantaggi immediati: niente rivalutazione monetaria e bassi interessi sul debito.”  (ibidem, p. 144)

 

5) CONCLUSIONI.

 

Mi sia consentito citare le stesse conclusioni tratte nel mio libro “DOSSIER GERMANIA” :

 

“L’unificazione monetaria è stata, pertanto, la fagocitazione di capitalismi deboli, come quello italiano, da parte di quello più forte come il tedesco.

Non esistono, non sono mai esistiti e non esisteranno mai, data la natura socio-economica e culturale del capitalismo, debole o forte che sia, sentimenti di comunanza tra le popolazioni europee per il banale motivo che ciascuna è governata dal principio di “competitività” che riempie la bocca di politici e sindacalisti d’ogni risma.

E, dunque, parlare anche di unificazione politica, prospettandola come ideale supremo dell’unificazione monetaria, significa soltanto definire un eventuale riconoscimento formale-giuridico della posizione di fatto del soggetto dominante, la Germania, nei confronti degli altri soggetti dominati, come l’Italia.

D’altro canto, l’impossibilità attuale di stampare moneta nazionale sottostando alle imposizioni connesse all’euro, impedisce agli aderenti alla moneta unica di gestire autonomamente il proprio capitalismo in competizione con quello tedesco dovendo, di conseguenza, piegarsi agli interessi economici e politici di quest’ultimo.”  (Luigi Gulizia, DOSSIER GERMANIA, CSA Editrice, 2013, p. 132)

 

 

L’euro è stato una truffa nata dal percorso storico degli interessi del capitalismo americano nel periodo postbellico e da quelli del capitalismo tedesco nel periodo successivo con una alternanza di convergenze e divergenze in perfetto equilibrio su mercati valutari intonati a due carte-stracce: dollaro ed euro.

 

21 Maggio 2014

Crisi :l'unico vincitore è il capitalismo di rapina

 

 

La vicenda greca ha ovviamente offerto lo spunto per varie riflessioni ed analisi sul futuro prossimo venturo.
Una di queste riflessioni ci è parsa particolarmente degna di nota per la critica radicale che suscita circa le ipotizzate conseguenze degli attuali eventi europei. L'articolo, a firma Angelo Panebianco, è stato pubblicato sul sito internet del "Corriere della Sera" del 18 c.m.Luigi Gulizia economia

(http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_18/panebianco-fine-socialismo-spesa_49...) e reca il titolo assai significativo "La fine del socialismo della spesa".

Nello scritto in questione si sostiene che "… se persino il carattere universale delle prestazioni di welfare (che comunque, ancorché ridimensionate, sopravviveranno) rischia di essere messo in discussione a causa della scarsità delle risorse e della conseguente necessità di scegliere i soggetti a cui erogare le prestazioni e i soggetti da escludere, il socialismo finisce per perdere gran parte della sua ragione sociale".

Il socialismo a cui si riferisce l'autore sarebbe quello greco, spagnolo e portoghese il quale sembrerebbe rispecchiare "… il fallimento definitivo del "socialismo della spesa", la sua, ormai irreversibile, insostenibilità finanziaria." Ora, definire "socialisti" paesi come Grecia, Spagna e Portogallo ci sembra dimostri una notevole dose di fantasia economico-politica perché non risulta affatto che in tali paesi siano al governo Soviet leninisti e che il capitalismo sia stato definitivamente cancellato dalla struttura economica e sociale degli stessi. Ciò premesso, tuttavia, quel che indurrebbe a preconizzare la fine del "socialismo della spesa" sarebbe la sua "insostenibilità finanziaria" data la "scarsità delle risorse". Bene.

Osserviamo prima di tutto che il cosiddetto "welfare" europeo è niente altro, nella migliore delle ipotesi, che una limitata ripartizione di proventi fiscali a favore di fasce di cittadini occupanti gli ultimi posti della piramide sociale. Si tratta, dunque, di un semplice correttivo alla strutturale disuguaglianza insita nel regime della proprietà privata e del mercato capitalistico per mantenere una minima pace nella insopprimibile base conflittuale del capitalismo stesso. Ciò non toglie che questo correttivo abbia trovato, progressivamente e rapidamente, una macroscopica estensione verso categorie di parassiti d'ogni genere generatori di consenso politico verso gli organi di governo di qualsiasi colorazione. Se a questo aggiungiamo le spese faraoniche per il mantenimento delle classi politiche, burocratiche e religiose nonché la corruzione vertiginosa autogeneratasi come sistema normale di vita il quadro diviene decisamente ancor più pesante.

Non possiamo, però, dimenticare neanche spese militari semplicemente folli quanto inutili "per il mantenimento della pace in difesa della democrazia e della libertà dal terrorismo". Né possiamo dimenticare i colossali livelli di evasione fiscale presenti in ogni paese e nascenti pur sempre dagli "spiriti selvaggi" di un'economia proprietaria capitalistica il cui fine primo e ultimo è la soddisfazione di uno sconfinato quanto insensato egoismo che trova nella Finanza delle Borse mondiali il suo autentico teatro operativo.

Abbiamo dimenticato qualcosa? Può darsi poiché non c'è fondo in una rappresentazione di tal genere.
Se, dunque, il "socialismo della spesa" di cui parla Panebianco finisce con il restringersi, in realtà, soltanto alle misere prestazioni alle fasce più deboli allora sembra veramente difficile appellarlo con tale definizione. Se, invece, il "socialismo della spesa" ricomprende tutte le elencazioni successive (scusandoci per quanto possiamo aver dimenticato) allora il suo nome vero muta in "capitalismo di rapina".

In questo caso quello che potrà verificarsi è, più propriamente, non la fine di un "socialismo della spesa" assolutamente inesistente quanto la soppressione, più o meno marcata, delle minime elemosine stanziate a favore di sempre più numerosi soggetti derubati di vita e di futuro. Il che si concilia perfettamente con la severa asserzione di una "insostenibilità finanziaria proveniente da risorse limitate".

Diceva il grande Epicuro che i bisogni umani da soddisfare uguali per tutti sono: "Non aver fame, non aver sete, non aver freddo". Più tardi Marx sviluppò tale concetto individuando il vero "socialismo della spesa" nella proprietà collettiva dei mezzi di produzione quale fulcro di un'esistenza umana finalmente liberata dalle fauci vampiresche della proprietà capitalistica. Questo porta a riconoscere le risorse limitate esistenti in Natura in rapporto al livello numerico di sovrappopolazione raggiunto sul Pianeta coerentemente con la perfetta analisi di Malthus, ma significa adottare stringenti controlli delle nascite che consentano un'esistenza degna di tale nome.

Non è certo l'"insostenibilità finanziaria" il criterio per sapere se ci è consentito di nascere e vivere!
Con buona pace di tutte le seriose analisi economiche nelle quali è dato imbattersi.

 

AffariItaliani.it

28 maggio 2010

Tutto il potere ai Soviet... delle Banche e delle Borse

 

 

Occorre pur sempre risalire alla madre di tutte le speculazioni finanziarie, quella sui Luigi Gulizia economiatulipani, per trovare le tracce del presente e comprendere quello che è successo alla Cancelliera tedesca Angela Merkel nel suo tentativo di arginare l’esplosione delle conseguenze del caso greco.

Quando la febbre dei tulipani sotto forma di prodotti finanziari dilagò nell’Olanda del XVII secolo, una pratica denominata “commercio del vento” fu messa in piedi da commercianti che vendevano bulbi appena piantati o, addirittura, bulbi che intendevano piantare.

Si trattava, nella sostanza, degli antenati degli attuali futures che furono dichiarati illegali già nel 1610 per la loro assimilazione al gioco d’azzardo e, quindi, per la loro estrema pericolosità sociale.

Tuttavia, il divieto nulla poté contro la continuazione del commercio del vento e nel 1637 la marea della spazzatura finanziaria trovò il suo logico approdo con lo scoppio della prima bolla storica.  

Esattamente quattro secoli dopo, nel maggio 2010, la Merkel ha vietato, in totale solitudine europea, le vendite allo scoperto per contrastare i giochi speculativi iniziati con le vicende ruotanti attorno alla Grecia.

Non solo il divieto è rimasto lettera morta, ma ha scatenato la reazione furiosa di mercati che non tollerano alcuna restrizione alla loro illimitata e criminale libertà di manovra.

è fin troppo facile prevedere che la stessa sorte toccherà alla “ regolamentazione di Wall Street “ propagandata dal simpatico quanto, forse, ingenuo Obama.

Il fatto è che, come abbiamo argomentato in altri scritti, i governi delle singole nazioni sono semplici subordinati delle Banche e delle Borse mondiali essendo esclusivamente queste in grado di condizionare, a seconda delle loro convenienze, la vita delle collettività con un semplice click telematico.  

Il potere politico è, infatti, solo lo strumento del cosiddetto “libero mercato” caposaldo dell’economia capitalistica fondata sul feticcio della moneta della quale i derivati finanziari non hanno necessità di utilizzare neanche la carta straccia che la confeziona.

Viene da rotolarsi dalle risate quando sentiamo il nostro buon ‘ministrello’ Tremonti parlare di un’ “economia sociale di mercato” contro gli effetti deleteri del “mercatismo” da lui denunciato a guisa di novello Marx liberista.

Ecco un tipico gioco di parole destinato a gettare fumo negli occhi con la stupida altezzosità caratteristica del nostro buon ‘ministrello’.   

Quella “economia sociale di mercato” corrisponde, infatti, alla “socialdemocrazia” estrema finzione del capitalismo per nascondere la propria essenza con un “welfare” da quattro soldi sostenuto da un sindacalismo sulla via dell’auto-estinzione.

Nei mitici “mercati” si giocano ogni giorno vite umane fatte di carne e di sangue secondo un delirio cannibalistico che soltanto la nostra specie è stata in grado di creare.

Se non si comprende che è quest’orgia di cannibalismo l’autentica struttura sociale planetaria, non è possibile comprendere tutti i suoi effetti collaterali in ogni aspetto della storia passata e delle cronache presenti.

Nella Russia della rivoluzione leninista l’obiettivo del nuovo ordine socialista era stato “Tutto il Potere ai Soviet degli operai e dei contadini”.

Oggi la parola d’ordine del vecchio ordine divenuto il Nuovo Ordine Mondiale è: “Tutto il Potere ai Soviet delle Banche e delle Borse”.

Un Ordine che evoca stranamente gli ultimi giorni di Pompei.

 

27 giugno 2010

 

Socialismo della spesa e capitalismo di rapina

 

 

La vicenda greca ha ovviamente offerto lo spunto per varie riflessioni ed analisi sul futuro Luigi Gulizia economiaprossimo venturo.

Una di queste riflessioni ci è parsa particolarmente degna di nota per la critica radicale che suscita circa le ipotizzate conseguenze degli attuali eventi europei.

L’articolo, a firma Angelo Panebianco, è stato pubblicato sul sito internet del “Corriere della Sera” del 18 c.m. (http://www.corriere.it/editoriali/10_maggio_18/panebianco-fine-socialismo-spesa_49) e reca il titolo assai significativo “La fine del socialismo della spesa”.

Nello scritto in questione si sostiene che “… se persino il carattere universale delle prestazioni di welfare (che comunque, ancorchè ridimensionate, sopravviveranno) rischia di essere messo in discussione a causa della scarsità delle risorse e della conseguente necessità di scegliere i soggetti a cui erogare le prestazioni e i soggetti da escludere, il socialismo finisce per perdere gran parte della sua ragione sociale.”.

Il socialismo a cui si riferisce l’autore sarebbe quello greco, spagnolo e portoghese il quale sembrerebbe rispecchiare “… il fallimento definitivo del “socialismo della spesa”, la sua, ormai irreversibile, insostenibilità finanziaria.”

Ora, definire “socialisti” paesi come Grecia, Spagna e Portogallo ci sembra dimostri una notevole dose di fantasia economico-politica perché non risulta affatto che in tali paesi siano al governo Soviet leninisti e che il capitalismo sia stato definitivamente cancellato dalla struttura economica e sociale degli stessi.

Ciò premesso, tuttavia, quel che indurrebbe a preconizzare la fine del “socialismo della spesa” sarebbe la sua “insostenibilità finanziaria” data la “scarsità delle risorse”.

Bene.

Osserviamo prima di tutto che il cosiddetto “welfare” europeo è niente altro, nella migliore delle ipotesi, che una limitata ripartizione di proventi fiscali a favore di fasce di cittadini occupanti gli ultimi posti della piramide sociale.

Si tratta, dunque, di un semplice correttivo alla strutturale disuguaglianza insita nel regime della proprietà privata e del mercato capitalistico per mantenere una minima pace nella insopprimibile base conflittuale del capitalismo stesso.

Ciò non toglie che questo correttivo abbia trovato, progressivamente e rapidamente, una macroscopica estensione verso categorie di parassiti d’ogni genere generatori di consenso politico verso gli organi di governo di qualsiasi colorazione.

Se a questo aggiungiamo le spese faraoniche per il mantenimento delle classi politiche, burocratiche e religiose nonchè la corruzione vertiginosa autogeneratasi come sistema normale di vita il quadro diviene decisamente ancor più pesante.

Non possiamo, però, dimenticare neanche spese militari semplicemente folli quanto inutili “per il mantenimento della pace in difesa della della democrazia e della libertà dal terrorismo”.

Nè possiamo dimenticare i colossali livelli di evasione fiscale presenti in ogni paese e nascenti pur sempre dagli “spiriti selvaggi” di un’economia proprietaria capitalistica il cui fine primo e ultimo è la soddisfazione di uno sconfinato quanto insensato egoismo che trova nella Finanza delle Borse mondiali il suo autentico teatro operativo.

Abbiamo dimenticato qualcosa? Può darsi poiché non c’è fondo in una rappresentazione di tal genere.

Se, dunque, il “socialismo della spesa” di cui parla Panebianco finisce con il restringersi, in realtà, soltanto alle misere prestazioni alle fasce più deboli allora sembra veramente difficile appellarlo con tale definizione.

Se, invece, il “socialismo della spesa” ricomprende tutte le elencazioni successive (scusandoci per quanto possiamo aver dimenticato) allora il suo nome vero muta in “capitalismo di rapina” .

In questo caso quello che potrà verificarsi è, più propriamente, non la fine di un “socialismo della spesa” assolutamente inesistente quanto la soppressione, più o meno marcata, delle minime elemosine stanziate a favore di sempre più numerosi soggetti derubati di vita e di futuro.

Il che si concilia perfettamente con la severa asserzione di una “insostenibilità finanziaria proveniente da risorse limitate”.

Diceva il grande Epicuro che i bisogni umani da soddisfare uguali per tutti sono: “non aver fame, non aver sete, non aver freddo” .

Più tardi Marx sviluppò tale concetto individuando il vero “socialismo della spesa” nella proprietà collettiva dei mezzi di produzione quale fulcro di un’esistenza umana finalmente liberata dalle fauci vampiresche della proprietà capitalistica.

Questo porta a riconoscere le risorse limitate esistenti in Natura in rapporto al livello numerico di sovrappopolazione raggiunto sul Pianeta coerentemente con la perfetta analisi di Malthus, ma significa adottare stringenti controlli delle nascite che consentano un’esistenza degna di tale nome.

Non è certo l’insostenibilità finanziaria il criterio per sapere se ci è consentito di nascere e vivere!  

Con buona pace di tutte le seriose analisi economiche nelle quali è dato imbattersi.

19 maggio 2010