Mercoledì, 19 Giugno 2019

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La scoperta.

La scoperta.

All'inizio fu qualcosa di impreciso, di indefinibile, una sensazione vaga che sembrava salire da arcane profondità, sconvolgente e irrefrenabile.

Era il Niente e il Tutto insieme; era il Tempo e l'Eternità, la Vita e la Morte confusi.

Continuava a salire, a salire, a salire.

Guizzi di luce e subito il buio, suoni lontani e di nuovo il silenzio.

Misteri difesi da invalicabili barriere furono squarciati per un attimo da fulminei bagliori e l'apparizione della Verità fu lancinante come milioni di ferite inferte d'un colpo.

Di nuovo fu il Niente e il Tutto, il Tempo e l'Eternità, la Vita e la Morte.

Freddi furori ne gelavano l'Essere; invisibili lingue di fuoco gli fluivano silenziose d'attorno.

Si sentiva dibattere e contorcere, ma era qualcosa che giungeva da lontano perchè sapeva d'essere immobile, rigido nella Sua cieca contemplazione, staccato da tutto.

Poi, a poco a poco, piano piano, con una lentezza che sembrava venuta dall'eternità, le cose cominciarono a sfumare, qualche remoto contorno ad apparire.

Molto tempo passò prima che la luce si stendesse su tutto.

Ed il Tutto era il Niente!

Si sentì immerso nella profondità incomprensibile di quel Niente e farne parte.

Era Egli stesso il Niente ed Egli solo poteva farlo Tutto!

Passò ancora molto tempo, molto, molto........

Poi sentì la Morte e capì d'essere Lui la Morte.

Diede vita alla Morte e sentì l'immensità della Vita.

Una stanchezza infinita cominciava a bruciarlo; e tuttavia c'era qualcosa in quella stanchezza che lo alimentava senza posa: era il mistero della Sua esistenza.

Nebbie continue fluivano intorno: era il tempo che passava.

E molto altro tempo passò ancora, molto, molto......

Quando apparve quel lampo terribile quasi fu scosso dalla Sua immobilità, ma subito si ricompose e guardò fisso nelle tenebre squarciate.

Tutto bruciava dinanzi a Lui.

In quella luce sfolgorante vide la Verità.

Altro tempo passò.

Improvvisamente scoppiò a ridere, a ridere, a ridere.

Poichè aveva scoperto d'essere DIO!!!!!!!   

Un momento di dubbio.

Un momento di dubbio.

Si guardò in giro: niente, assolutamente niente.

Quanto tempo passò prima che se ne rendesse conto? Non avrebbe saputo dirlo: forse un minuto, forse un'ora, forse una vita intera.

Il tempo, d'incanto, sembrava sparito.

Si sentiva leggero, leggero: si chiese se, addirittura, se per caso esisteva ancora. Il pensiero gli fece apparire il sorriso sulle labbra; quella piccola reazione istintiva di colpo lo riportò a se stesso. Sì, esisteva e il tempo non era sparito.

Tuttavia, quella strana sensazione di leggerezza permaneva, anche se meno accentuata.

Che cos'era successo? Per qualche secondo tamburellò nervosamente sul tavolino: un'altra reazione istintiva che gli spalancò dinanzi un altro pezzo di realtà. Il contatto col freddo della materia fulmineamente gli fece percepire la luce dell'ambiente e, per un attimo, se ne sentì feriti gli occhi.

Sbattè le palpebre e fissò attentamente dinanzi a sè: si trovava in un caffè, piuttosto piccolo, ma molto intimo.

Si disse che non valeva la pena pensare a come vi era arrivato; questo avrebbe presupposto ricordare tutto quello che aveva fatto prima e non sembrava che ciò avesse grande importanza.

Non doveva essere successo niente di notevole perchè, altrimenti, se ne sarebbe ricordato subito.

L'importante era il presente, e il presente non era nient'altro che trovarsi seduto in qiel caffè, dinanzi a quel tavolino dove era poggiato un bicchiere vuoto.

Ora percepiva anche i suoni: un rumore di bicchieri che il cameriere, dall'altra parte del bancone, stava lavando, l'acqua che scorreva dal rubinetto aperto e altri ancora.

Guardò con attenzione davanti a sè e prese coscienza completamente dell'ambiente. Poi distolse lo sguardo e si concentrò sul bicchiere. Non lo interessava particolarmente, ma era un buon sistema per scaricare la tensione.

Che cos'era successo? Gli parve di cominciare a ricordare.

Era successo che, improvvisamente, si era reso conto di non conoscersi.

Strana idea, pensò, ma era così.

Certo, sapeva perfettamente qual'era il suo nome, che lavoro faceva e così via, ma non si conosceva. E qui stava il nocciolo della questione.

Strano, pensò di nuovo, non mi conosco, non conosco me stesso.

Chi sono in realtà?

Fu preso nuovamente da quella assurda sensazione di leggerezza.

Il fatto era che non ci aveva mai pensato.

Pezzi della sua vita si affollarono alla mente. Poteva servire, ma erano ricordi sconnessi e dicevano ben poco.

Chi sono? Chi sono?

La cosa cominciava a infastidirlo, eppure non poteva liberarsene.

Quella domanda gli ronzava maledettamente nel cervello.

Che significava la sua vita, la vita che aveva vissuto fino allora, i momenti in cui aveva riso, i giorni in cui si era sentito stanco, tutte le esperienze, tutte le sensazioni? Che significava tutto questo? doveva pur esserci da qualche parte la chiave che gli avrebbe permesso di scoprirsi, di dire a se stesso: questo sono io. Ma dov'era questa chiave? Forse nel ricordo di una donna, forse in un luogo in cui era stato, forse nella sensazione di un attimo o forse ancora in una parola che aveva detto o che gli era stata detta? Forse in un libro che aveva letto, in una poesia studiata sui banchi di scuola, forse in un giorno di dolore o in un altro di felicità?

Provò a pensare, ma non trovava niente.

La gente gli passava davanti e non lo vedeva. Sarebbe stato bello fermare qualcuno e chiedergli: "Dimmi, sai chi sono io?", ma quello, nella migliore delle ipotesi, lo avrebbe respinto annoiato.

No, nessuno poteva dirgli chi fosse. Doveva pensarci da solo e, tuttavia, non riusciva a venirne a capo.

Si chiese se, in fondo, tutto quello che aveva fatto, tutto quello che aveva provato, non era stato nient'altro che una pura reazione, a persone, a cose, a circostanze.

Ma, se era così, poteva allora dire di esistere di per se stesso, di esistere veramente, o non era piuttosto un prodotto degli altri?

In realtà, dunque, non esisto veramente, non sono che una pura illusione, un sogno e niente di più, pensò.

Però, il discorso valeva per chiunque, per tutti complessivamente. E allora non esisteva nessuno? Tutti erano un sogno? Sono morto o sono vivo? Siamo morti o siamo vivi? Ma che cos'era la morte e che cos'era la vita? Qual'era il sogno e quale la realtà?

Era stanco ormai e capiva che non esisteva rimedio.

Pagò il conto e uscì.

La serata era veramente bella, sorrise contento: la vita, in fondo, era quella.

Attraversando la strada, un'auto lo investì.

Mentre moriva, si chiese: "Che vuol dire?".

Poi, una smorfia ironica gli irrigidì la faccia.   

Un giorno, all'improvviso.

Un giorno, all'improvviso.

La macchina correva lungo il litorale in quel tratto dove la strada era deserta. Il paesaggio era stupendo, selvaggio.

L'uomo nella macchina quel giorno si sentiva stanco, maledettamente stanco.

Apparentemente non c'era nulla che non andasse. Era uscito di casa come al solito, aveva baciato sua moglie ed era partito con la sua auto. Quel che era successo dopo non sapeva spiegarselo.

Ad un semaforo, mentre attendeva che scattasse il verde, si era sentito improvvisamente invadere da quella incredibile sensazione.

Non avrebbe saputo definirla, era qualcosa di mai provato prima.

Come una stanchezza profonda, un senso di insoddisfazione misto a una sottile inquietudine.

Mentre cercava di analizzarla, fu assordato dallo strepitio dei clacson delle auto che gli stavano dietro. Si rese conto che il semaforo segnava via libera e allora ripartì.

Mentre procedeva, si accorse che quella sensazione gli era penetrata fin nel profondo dell'anima. Non riusciva a liberarsene. Quasi automaticamente svoltò in una vietta laterale. Non sapeva bene perchè lo facesse: la strada per il suo studio era dall'altra parte. Capì che non aveva nessuna voglia di andarvi.

Ripercorse tutto il tratto fino a casa e passò oltre. Desiderava ritrovarsi al più presto fuori dall'abitato.

Ora percorreva la strada lungo la costa.

Guardò l'orologio: le 9,30. Allo studio avrebbero cominciato a meravigliarsi di non vederlo ancora arrivare, lui così attaccato alla puntualità.

Quella mattina gli sembrava che niente avesse più molta importanza.

La sensazione di insoddisfazione e di inquietudine che lo aveva assalito a tradimento gli faceva respingere annoiato tutto quello che fino allora aveva costituito la sua esistenza.

Nulla gli sembrava avere un significato vero.

Eppure era un uomo abbastanza contento di sè, di quel che era, di quel che aveva.

Ma, allora, perchè quella mattina si stava comportando così bizzarramente? Come se una voce gli avesse insinuato che qualcosa gli mancava?

Riflettè chiedendosi se ciò era vero. Gli pareva proprio di no: aveva tutto ciò che desiderava.    

Ma la strana sensazione persisteva, profonda, tormentosa, soffocante.

Abbassò l'aletta parasole per ripararsi gli occhi dalla luce prepotente e accese una sigaretta. Aspirò a lungo: il tabacco forte gli grattò in gola.

Guardava ammirato il paesaggio che si stendeva dinanzi. Si sentiva inebriato dal mare e dalla vegetazione folta e rigogliosa.

Abbassò completamente il finestrino: l'aria fresca e viva penetrò nei polmoni. Respirò soddisfatto e gettò via la sigaretta. Pensò di fermarsi da qualche parte: voleva scendere e camminare tra gli alberi.

Sentiva dentro di sè una tensione lancinante.

Poco più avanti vide una radura con un sentiero che scendeva alla spiaggia. Fermò la macchina, spense il motore, poi uscì fuori.

Fu quasi stupito di quel silenzio odoroso di verde e di salmastro.

Avvertì un senso di libertà infinita, una pagana gioia di vivere che metteva nel sangue un'eccitante voglia di correre a perdifiato. Si accorse di stare accelerando il passo; poi, d'improvviso, cominciò a correre, ebbro d'aria e di felicità.

Parecchi minuti durò quella corsa sfrenata, fino a quando il cuore si fece pesante e fu costretto a rallentare.

Il suo cervello era leggero: eppure, a tratti, si sentiva stringere da un'angoscia indicibile assai simile a quell'assurda sensazione che lo aveva spinto a mutare il corso di quella che avrebbe dovuto essere una giornata normale. Non sapeva il perchè di quell'angoscia, ma capiva che qualcosa, in fondo alla sua anima, obbediva a lontani, ignoti richiami.

Quella sua vita così tranquilla, così apparentemente solida, gli era diventata incomprensibile.

Scese alla spiaggia, incespicando tra i sassi che rotolavano suonando pesantemente.

Rimase a lungo in piedi, con gli occhi fissi sull'orizzonte, immobile.

Una pace infinita si stendeva all'intorno.

Sentiva bruciare nell'anima qualcosa di indefinibile, come un disperato bisogno di uscire da se stesso, di lasciare finalmente alle spalle tutta la sua vita precedente.

Risalì lentamente su per il viottolo.

Adesso camminava come trasognato, senza riuscire a vedere chiaramente il cammino davanti a sè.