Venerdì, 18 Gennaio 2019

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Euro: storia di una truffa

 

 

Il dibattito corrente, nel nostro Paese come in tutta la cosiddetta eurozona, è ormai imperniato sul mantenimento dell’euro quale strumento monetario nel quadro economico, e in realtà, soprattutto politico dell’area geografica europea.

Più che di un dibattito si tratta di uno scontro giunto al culmine tra le variegate forze che si contendono il nostro futuro sociale.

Ma il dato davvero impressionante che contrassegna le posizioni in essere come anche i mezzi di informazione di qualsiasi genere è l’inesistente analisi del percorso di formazione dell’euro con il riferimento inevitabile all’economia più forte, quella tedesca, e i motivi storico-politici che hanno determinato l’insorgenza di questa forza oggi dominante.

Sta di fatto che se si prescinde da un’analisi del genere è impossibile comprendere che cosa sia l’euro e rende altrettanto impossibile schierarsi consapevolmente per decidere se restare o meno all’interno della sua architettura.

Di seguito una sintesi riepilogativa dei vari passaggi che hanno portato alla situazione attuale rimandando al mio libro “DOSSIER GERMANIA “ (CSA Editrice-Settembre 2013)  per una completa visione storica che ha nella Prima Guerra Mondiale le sue radici più lontane.

 

1)   DOPO IL SECONDO CONFLITTO MONDIALE.

 

Le legittime aspettative sovietiche in ordine al risarcimento degli ingentissimi oneri bellici (quantificati dallo storico inglese Clive Ponting in misura pari al prodotto interno lordo di non meno di venticinque anni) avrebbero richiesto uno Stato tedesco unitario, ma ciò non rientrava negli interessi angloamericani perché questo era accettabile a condizione che l’intero Stato fosse sotto il loro esclusivo controllo. Inoltre, il pagamento dei danni di guerra all’ormai scomodo alleato avrebbe significato il finanziamento del sistema sovietico ovviamente inaccettabile. Infine, il capitalismo americano contava sugli enormi profitti che potevano essere realizzati esportando le proprie merci nel paese europeo che appariva il più idoneo a importarle: la Germania.

Tutto ciò condusse, con la forzata accettazione di Stalin per non inimicarsi i suoi innaturali alleati, alla divisione della Germania con la più ricca zona occidentale ripartita tra inglesi, americani e francesi e la più povera zona orientale assegnata all’URSS alla quale fu concesso di ricavarne quel poco che era ottenibile in conto riparazioni belliche.

La divisione della Germania garantì inoltre il controllo militare americano in funzione strategica per gli scenari in formazione del blocco antisovietico che individuava nella futura Repubblica Federale Tedesca il suo riferimento centrale.      

 

2) BRETTON WOODS E PIANO MARSHALL.

 

Ancor prima della fine della guerra, e precisamente nell’estate del 1944, si erano riuniti gli alleati occidentali a Bretton Woods, in suolo americano, per concordare un nuovo sistema monetario in sostituzione del precedente sistema di convertibilità di tutte le monete in oro a parità fissa, il cosiddetto Gold Standard, ormai superato dalla impossibilità di alcun paese di garantire la convertibilità della propria moneta.

Il sistema di Bretton Woods prevedeva il dollaro come unica moneta convertibile in oro (con una parità tra dollaro e oro di trentacinque dollari per oncia) e l’obbligo degli altri Paesi aderenti agli Accordi (esclusa l’Unione Sovietica) di mantenere la parità delle monete nazionali con il dollaro: ciò significava, di fatto, il loro assoggettamento agli interessi del capitalismo americano con il Gold Standard trasformato in Gold Exchange Standard.    

Nel 1947, il Piano Marshall fu lo strumento decisivo per garantire il consolidamento dell’egemonia internazionale americana con il dollaro quale unica moneta di riferimento nel panorama economico e, dunque, pilastro della politica statunitense.

Nei confronti della Germania tale Piano aveva, tuttavia, obiettivi ulteriormente importanti come osserva  Jacques R. Pauwels nel suo libro “Il mito della guerra buona” :

 

“Per quanto riguarda la Germania, il piano rappresentava un passo verso la creazione di uno Stato proamericano e antisovietico nella Germania occidentale ed un’ulteriore tappa sulla strada che avrebbe portato ad una divisione a lungo termine del paese..” (Jacques R. Pauwels, Il mito della guerra buona, DATANEWS Editrice, 2003, p. 205)    

 

Fu così, come scrive Hosea Jaffe in “Germania – verso il nuovo disordine mondiale” che:

 

“Subito dopo la guerra, nel 1949, americani e inglesi appoggiarono la creazione del blocco antiURSS conosciuto come NATO e mediante il Piano Marshall ricostruirono e riarmarono la Germania sconfitta in funzione di fortezza contro l’Unione Sovietica.” (Hosea Jaffe, Germania – verso il nuovo disordine mondiale, Editoriale Jaca Book, 2012, pp. 39-40)

 

Altro e altrettanto motivo di rafforzamento del sorgente Asse Washington-Berlino era il sistema economico tedesco fondato, già durante il Nazismo, sull’alleanza tra capitale e lavoro che permetteva l’esistenza del sistema capitalistico nei due paesi a più forte condivisione dello stesso contro il “pericolo” bolscevico rappresentato dall’Unione Sovietica. 

 

3) DALLA RIPRESA ECONOMICA TEDESCA ALLA RIUNIFICAZIONE.

 

Nel giro di cinque anni dalla fine della guerra, e cioè nel 1950, la Germania occidentale è di nuovo in piedi grazie alle poderose sovvenzioni americane del Piano Marshall e nel decennio successivo, tra il 1951 e il 1960, riconquista tutta la posizione di potere precedente collocandosi al quarto posto dopo Stati Uniti, Inghilterra e Francia.

Il Trattato di Roma del 1957 che istituisce la Comunità Economica Europea, CEE, vede alla testa della Comunità la Germania occidentale che, contemporaneamente, ha assunto un ruolo centrale nella NATO istituita nel 1949 da americani e inglesi in funzione antisovietica.

In parallelo procede il declino economico americano a seguito delle guerre di Corea (1950-1953) e del Vietnam (1964-1975) che, se consentono profitti enormi per l’industria bellica, producono un deficit di bilancio fin dal 1950, pressioni inflazionistiche e una crescente sfiducia nel dollaro le cui riserve auree di copertura divengono sempre più insufficienti senza che gli Stati Uniti provvedano a mutare lo stato delle cose.

Nel 1969, la Bundesbank, maggiore detentrice di dollari americani, rivaluterà il marco tedesco a seguito di un’economia talmente forte da aver sopravanzato quella americana e farà ancora una seconda rivalutazione nel maggio 1971.

Nel 1971 la Federal Reserve è sommersa dalle richieste di conversione di dollari in oro e ad agosto dello stesso anno, per evitare il deflusso delle riserve auree, il presidente Richard Nixon dichiara unilateralmente la rottura del Trattato di Bretton Woods: ciononostante il dollaro rimane bene di riserva, inaugurando il passaggio al Dollar Standard, e permette l’espansione debitoria statunitense a livello internazionale attraverso l’eccezionale arma di difesa costituita dal prezzo del petrolio esclusivamente nella moneta americana.     

Era, comunque, evidente che la posizione egemonica del dollaro creava gravi problematiche nel contesto occidentale determinando una rotta concorrenziale del marco e accentuando le prospettive di integrazione monetaria europea, messe in luce già nel Trattato di Roma del 1957, più che altro su considerazioni politiche avulse dagli ostacoli economici esistenti ieri come ancora oggi.

Nel 1979 nasce il Sistema Monetario Europeo, SME, che nel 1987 stabilirà parità monetarie ancorate al marco tedesco tramite l’Ecu, valuta paniere e moneta di regolamento delle transazioni nello SME,  costruito come media ponderata delle monete dei paesi membri dove il marco era la moneta più forte sancendo la posizione dominante conquistata dalla Germania.

La riunificazione del 1990 delle due Germanie, occidentale e orientale, in un unico Stato provocò però gravi conseguenze inflazionistiche inducendo nel 1992 la Bundesbank a innalzare il tasso di sconto dall’8% all’8,75% quale rimedio al deficit di bilancio e, poiché Italia e Inghilterra, già gravate da forti debiti pubblici, non potevano seguire la stessa strada ciò portò a un’altra rivalutazione del marco eliminando le parità monetarie del 1987.

A seguito di tale situazione si sviluppò l’attacco speculativo del finanziere di origini ungherese George Soros che, attraverso il suo Quantum Fund, procedette alle vendite allo scoperto di lira e sterlina le quali, dopo perdite del 30% la prima e del 15% la seconda, dovettero fuoriuscire dallo SME.

Se i profitti di Soros furono giganteschi, il beneficiario reale dell’intera operazione speculativa fu la Germania perché, come scrive ancora Hosea Jaffe:

 

“Come previsto e voluto, il capitale è piovuto nelle casse delle banche, delle borse e delle finanziarie tedesche. Una pioggia di capitali accorse a rifinanziare i costi della riunificazione saliti alle stelle….

La raccolta di capitali necessari alla riunificazione è stata quindi realizzata sfruttando i meccanismi SME dell’Unione monetaria europea……..

La Germania riunificata accetta i suoi confini nazionali del 1945 al fine di estendere il suo potere economico e diplomatico su tutto il mondo.” (Hosea Jaffe, op.cit., pp.33,35,37)

 

Detto per inciso, consiglio vivamente la lettura del libro di questo autore.

Il 7 febbraio 1992, a Maastricht, prima dei crolli di lira e sterlina, era stato firmato il Trattato sull’Unione Europea nel quale i Paesi aderenti si obbligavano all’unificazione monetaria prevista nel 1999.

 

4) NASCITA DELL’EURO.       

 

L’unificazione monetaria, con la sostituzione delle valute dei dodici paesi membri iniziali, porta la data del 1° gennaio 2002 ed è avvenuta con una procedura concordata prevedente che l’Euro avrebbe sostituito l’Ecu con un valore di 1 a 1 attraverso il valore dell’Ecu rilevato in un certo giorno e successivamente attribuito all’Euro: quel giorno è stato il 31 dicembre 1998.

Ora, se l’Ecu era la media ponderata delle monete dei paesi dello SME ancorata al marco tedesco quale moneta più forte, ne discende che l’Euro, valutato con un rapporto di 1 a 1 con l’Ecu, è ancora il rappresentante, per meglio dire la maschera, del marco quale espressione  della economia nazionale dominante, cioè quella tedesca.

Ma credo di aver ormai pienamente dimostrato che la forza germanica non è tanto la risultante di una particolare virtuosità specifica quanto la conseguenza degli interessi americani postbellici, politici ed economici, che le hanno spianato la strada dal dopoguerra in poi e che la riunificazione del 1990, causata dalla originaria e sempre interessata divisione del paese nel 1945, ha comportato costi parzialmente sostenuti dall’Europa attraverso la speculazione finanziaria.

L’introduzione dell’euro ha sancito, quindi, l’enorme vantaggio derivatone per la Germania  come sottolinea Alberto Krali che così scrive:

 

“L’industria tedesca punta….sui membri dell’Eurozona perché può contare sulla moneta unica che le risparmia le sofferenze delle svalutazioni competitive e quindi le assicura stabilità.

L’eccesso di risparmio tedesco prende la via del sud perché in questo modo si autoalimenta cioè va a finanziare la domanda che a sua volta si rivolgerà ai prodotti tedeschi resi immuni, per merito dell’euro, dall’oscillazione dei cambi.”  (Alberto Krali, Primi della klasse, Cairo Editore, 2012, p. 125)

    

 

Osserva ancora lo stesso autore:

 

“Non l’Europa di tutti uguali ma un’Unione che segua le regole e ribadisca l’egemonia tedesca..

In breve la Germania promette di essere europea a condizione che l’Europa diventi tedesca…” (ibidem, pp 151, 157)

 

Inoltre, poiché l’euro non rappresenta la forza dell’economia UE complessiva, ma soltanto quella tedesca ciò costituisce ulteriore vantaggio per la Germania poiché:

 

“….l’euro perde o è stabile nei confronti del dollaro e quindi le sue esportazioni non ne risentono. Da qui due vantaggi immediati: niente rivalutazione monetaria e bassi interessi sul debito.”  (ibidem, p. 144)

 

5) CONCLUSIONI.

 

Mi sia consentito citare le stesse conclusioni tratte nel mio libro “DOSSIER GERMANIA” :

 

“L’unificazione monetaria è stata, pertanto, la fagocitazione di capitalismi deboli, come quello italiano, da parte di quello più forte come il tedesco.

Non esistono, non sono mai esistiti e non esisteranno mai, data la natura socio-economica e culturale del capitalismo, debole o forte che sia, sentimenti di comunanza tra le popolazioni europee per il banale motivo che ciascuna è governata dal principio di “competitività” che riempie la bocca di politici e sindacalisti d’ogni risma.

E, dunque, parlare anche di unificazione politica, prospettandola come ideale supremo dell’unificazione monetaria, significa soltanto definire un eventuale riconoscimento formale-giuridico della posizione di fatto del soggetto dominante, la Germania, nei confronti degli altri soggetti dominati, come l’Italia.

D’altro canto, l’impossibilità attuale di stampare moneta nazionale sottostando alle imposizioni connesse all’euro, impedisce agli aderenti alla moneta unica di gestire autonomamente il proprio capitalismo in competizione con quello tedesco dovendo, di conseguenza, piegarsi agli interessi economici e politici di quest’ultimo.”  (Luigi Gulizia, DOSSIER GERMANIA, CSA Editrice, 2013, p. 132)

 

 

L’euro è stato una truffa nata dal percorso storico degli interessi del capitalismo americano nel periodo postbellico e da quelli del capitalismo tedesco nel periodo successivo con una alternanza di convergenze e divergenze in perfetto equilibrio su mercati valutari intonati a due carte-stracce: dollaro ed euro.

 

21 Maggio 2014